interventi


Angelo Casati , il 14/01/2009, Crema



GRATUITÁ E GRATITUDINE

Vorrei iniziare questa mia riflessione su gratuità e gratitudine dicendovi una mia impressione, l'impressione che gratuità e gratitudine siano sempre più dimensioni in esilio, forse esagero, dalla vita.

Qualcuno giustamente potrebbe obiettare, facendo presente come persista e sia in crescita il rito dei regali. Ma siamo così poi sicuri che il rito faticoso dei regali sia nel segno della gratuità? Ho parlato di una fatica da regalo e penso per esempio a una telefonata di un'amica prima della scorsa estate. L'amica mi parla di cose che sembrano piccole, ma dicono un costume. Siamo alla fine dell'anno scolastico, i bambini stanno terminando le scuole, hanno fine i loro mille impegni. Ed ecco il rito, a volte estenuante, dei regali. Ci si deve occupare del regalo all'insegnante, del regalo alla catechista, del regalo alla rappresentante di classe. E che ci sia una proporzione nei regali.

Ma il "rito" forse, senza forse, non è solo nei giorni di fine anno. Basterebbe pensare agli inviti alle feste dei bambini, feste di compleanni o di quant'altro: sei stato invitato, devi invitare. Hai dato ospitalità a dei compagni di classe dei tuoi bimbi, l'ospitalità va restituita. Tutto deve corrispondere, come se tutto dovesse collocarsi in un incastro: a tanto, tanto. E' lo scambio. Domina lo scambio.

È come se stessimo assistendo - e non senza rischio di contagio, lo dobbiamo riconoscere - a un processo, sempre più invadente e devastante, di mercificazione. Tutto è mercato, sembra la stagione del mercato, il grande mercato. Stagione di imbonitori che urlano per indurti a comprare. In tutti i campi.

Si compra tutto. Con i soldi - si dice o si fa capire - si può comprare tutto. Anche i sentimenti, le persone, il pensiero, il futuro, l'anima della gente. Domina la legge del mercato: io ti do, tu mi dai. Nella più pura proporzionalità. A prestazione deve corrispondere prestazione, abbiamo pareggiato i conti, siamo alla pari. A prestazione corrisponde il giusto prezzo.

Si riducono gli spazi della gratuità. Si cancella il "disordine" della gratuità, che racconta una sproporzione, annuncia una dismisura.

A tal punto si riducono gli spazi della gratuità che, quando, per avventura o per grazia, ti sembra, stropicciandoti gli occhi, di sorprendere un gesto gratuito, subito qualcuno va a smorzare il tuo entusiasmo, insinuandoti il dubbio: "no" ti dice "non è possibile, ci sarà un secondo fine, un interesse nascosto". Tanto il "gratuito" sembra fuori paese, fuori del nostro paese. Consumati, pesantemente consumati, dall'opinione che tutto si paga, siamo arrivati al paradosso che, se qualcosa viene offerto gratuitamente, non ha valore. O ne ha ben poco nella stima generale.

È come se dominasse il denaro: se hai denaro sei qualcuno. Senza denaro non sei nessuno, senza denaro non puoi fare niente. Tant'è che sembra invito da far stralunare gli occhi quello che ci viene dalle pagine della Bibbia, dal libro di un anonimo e lontano discepolo di Isaia. "O voi tutti assetati venite all'acqua, chi non ha denaro venga ugualmente, comprate e mangiate, senza denaro e senza spesa, vino e latte" (Is 55,1).

Finalmente qualcosa, per cui non si è avvantaggiati se si hanno soldi e svantaggiati se non si hanno. Quasi, lasciatemi dire, una contestazione radicale all'opinione comune, secondo la quale "con i soldi si ha tutto e senza soldi non si ha niente". Qui i soldi non contano, non contano proprio niente, perché l'invito è a qualcosa di gratuito.

Eppure sussulti verso la gratuità erano custoditi - lo dobbiamo confessare - nel tesoro della fede. Dico "erano custoditi", perché a volte mi sembra di assistere alla seduzione del mercato all'interno stesso del mondo ecclesiastico, dove il Dio predicato sembra troppo spesso il Dio che va soddisfatto con le prestazioni, comprato con le indulgenze, con la pretesa di pareggiare i conti. Perdendo, a mio avviso, posso sbagliarmi, il cuore dell'annuncio della nostra fede. Questo sì, annuncio da fare stropicciare gli occhi: un Dio che ti ama comunque. Gratuitamente. Non in misura delle prestazioni.

Molti di noi ricordano come in un delizioso racconto, che ci è stato tramandato, si parli di crociati che, nelle loro peregrinazioni, un giorno si imbatterono in una donna, una mistica, che se ne andava senza mai fermarsi, portando in un secchio dell'acqua e nell'altro del fuoco. A chi le domandava perché se ne andasse senza soste, portando acqua e fuoco, rispondeva che portava acqua per spegnere le fiamme dell'inferno e fuoco per bruciare il paradiso, perché, diceva, nessuno più facesse il bene per meritarsi il paradiso o per il timore dell'inferno, ma gratuitamente, solo per la gioia di farlo.

Lo scandalo del vangelo è questo, è questa gratuità. Lo scandalo per cui Gesù fu violentemente criticato. Criticato per quel suo stare a mensa con pubblicani e peccatori. A scandalizzarsi erano i benpensanti della religione. Il loro mugugno era verso quello stile di accoglienza indiscriminata. Che Gesù difendeva con tutte le sue forze, perché ne andava dell'immagine di Dio, che lui con la sua vita andava raccontando. Non raccontava un Dio che, se sei giusto ti ama, ma se sei peccatore ti fulmina: questa era la visione meschina dei suoi oppositori, che non si sarebbero certo scandalizzati per una cena con peccatori, purché fossero convertiti! Con quelli ancora non convertiti, come faceva Gesù, no. E Lui invece a raccontare un Dio che non è stretto nel criterio del calcolo, "io ti do, tu mi dai". A raccontare un padre che il suo sole lo fa sorgere sui buoni come sui malvagi e, così, la sua pioggia la dona al campo dei giusti e a quello degli ingiusti. Notizia su Dio, sul volto di Dio.

Per questo, anche per questo, il vangelo è notizia buona, sorprendente. Che buona notizia sarebbe un Dio che dà secondo le prestazioni? È quello che succede normalmente, saremmo nell'ovvietà assoluta.

Stupore del vangelo è la "grazia", che poi abbiamo ridotto a una cosa, a una quantità da ottenere, dimenticando che è la "bellezza della gratuità" di Dio. Una bellezza che finisce per contagiare anche i figli, i figli di un Padre che è lo splendore della gratuità: un Dio che quand'anche tu perdessi la fede, lui non ti perde, lui rimane fedele. Un Dio che, quando ha camminato sulle nostre strade e le mani di qualcuno l'hanno toccato, ebbe il sussulto di chiamare "amico" il discepolo che lo tradiva, e nel modo più dissacrante, Giuda. E non erano parole tanto per dire, Gesù non ha mai detto parole tanto per dire. Era la notte della grazia, della gratuità: l'ha chiamato "amico".

Per contagio, vi dicevo, i figli, chiamati allo splendore della gratuità. Vorrei leggervi un passo del vangelo di Matteo in cui Gesù invita a superare la logica di una ristretta reciprocità. Se non vogliamo essere come i pagani, come a dire che questa è la cartina di tornasole dei veri credenti.
Mt 5,43-48: "Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico, ma io vi dico amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perchè siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano che merito ne avete Non fanno così anche i pubblicani? E se date il vostro saluto soltanto ai vostri fratelli che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste".

Capite a che cosa si riferisce Gesù quando invita a essere perfetti come il Padre che abbiamo nei cieli? Noi - ecco la domanda - rimandiamo al mondo questa sorprendente immagine di Dio o ci opponiamo alla gratuità del padre, così come si opponeva il figlio maggiore del padre prodigo?

Dovremmo più spesso ricordare anche che la gratuità, la parola "grazia" (si dice infatti grazioso ciò che è bello), ha nella sua radice il significato di bellezza. La chiesa che mercanteggia perde la bellezza del suo Signore. Si va - purtroppo succede anche di questi tempi! - a contrattare con coloro che contano o si va a circoscrivere l'infinito, l'infinito del gratuito, l'infinito della grazia. Se noi vi diamo questo, voi ci dovete altrettanto. Vi diamo una moschea, voi ci date una chiesa. E' un esempio, se volete. Questa, a mio avviso, può essere una, anche se non la sola, una delle ragioni della pesantezza della chiesa. Talora si respira - lo dicevamo la volta scorsa - un clima pesante, che risente di una perdita, la perdita della gratuità: la pesantezza della predicazione di un Dio che non è a salvezza, è a incenerimento, incenerisce con l'inferno. Pesantezza della predicazione riflesso della pesantezza del nostro giudizio, che ha cancellato la gratuità.

Pesantezza della chiesa e pesantezza della società, pesantezza del nostro vivere quotidiano, dove a regalo deve corrispondere regalo, a tanto tanto, perché avvenga la proporzione, la proporzione, e non la sproporzione, non la grazia, non la gratuità.

Una domanda mi bussa al cuore: è in questa direzione che troveremo la gioia, è nella logica dello scambio che saremo un po' più beati? O nella direzione opposta del non ricevere contraccambio?

La domanda può sembrare provocatoria. Ma non era forse un provocatore anche Gesù? Non era forse stato provocatore il giorno in cui, in casa di uno dei capi dei farisei, proprio a lui, che l'aveva invitato, rivoluzionò la mappa degli inviti dicendo: "Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi; e sari beato perché non hanno da ricambiarti" (Lc 14, 12-15). E non era certo, il suo, un invito a escludere parenti e amici, metteva invece in guardia da un costume, da una legge asfissiante, quella del contraccambio, che sta segnando pesantemente questa nostra stagione. Alzava il velo sulla beatitudine della gratuità. Legge evangelica, lasciata in eredità ai discepoli di tutti i tempi. Quasi fosse questo il modo di continuarne la memoria sulla terra: continuate la mia memoria con uno stile di gratuità. Ne stiamo continuando la memoria? Oggi più di ieri o meno di ieri?

Ricordo che un mio amico, Vincenzo, frugando tra i ricordi della vita nei campi, un anno fa parlava di un altro "rito" che si celebrava, tra stalle e prati, nelle stagioni passate, quando i contadini, al sopraggiungere della festa dell'Ascensione, non era detto che mettessero piede in chiesa, però in quel giorno distribuivano latte a tutti gratuitamente. Latte per tutti e non era acquisto per vendita. E il latte che cresceva, dopo quella universale gratuita abbondante distribuzione, non poteva essere venduto, veniva offerto alle bestie nelle stalle. Mi colpiva nel racconto quella connessione sorprendente tra l'Ascensione e la gratuità del latte. Mi veniva spontaneo pensare che vi fosse custodito un messaggio: ora che Lui se ne è andato per i cieli, tieni viva sulla terra la gratuità del tuo Signore.

E sarai beato, sarà via di beatitudine, di felicità, quella felicità che tutti stiamo inseguendo. Alle beatitudini del monte Gesù lungo la vita ne ha aggiunte altre. Questa è una. Dimenticata: "Sarai beato perché non hanno da ricambiarti".

La legge del contraccambio, della proporzionalità non ci mette al riparo dalla tristezza. Che fa capolino in noi ogni volta che non abbiamo il contraccambio. E chi ci potrebbe garantire che sempre e comunque avremo nella vita il contraccambio?

"Sarai beato perché non hai il contraccambio". E se incominciassimo a insegnare ai figli, e prima di tutti a noi stessi, la beatitudine della gratuità? Forse vedremmo volti meno grigi per le strade. Meno pesantezza. Volete un esempio? È piccolo, quasi banale, ma dice, è sintomo di un costume che va dilagando. Pensate alla pesantezza del periodo che precede il Natale, dove a regalo deve corrispondere regalo, a tanto tanto, e perché avvenga la proporzione - la proporzione e non la sproporzione, non la grazia, non la gratuità, vera cifra del Natale - ci si perde in corse sfibranti al punto di rimanerne prosciugati.

Perdonate se mi rifaccio al logo della mia ex parrocchia, il logo dell'albero del vangelo. Il piccolo chicco di senapa, il più piccolo dei semi - narra la parabola - "diventa albero tanto grande che vengono gli uccelli del cielo e si annidano tra i suoi rami" (Mt 13,32). Questo il sogno del vangelo: costruire pazientemente vite, costruire comunità dove ognuno possa trovare ombra e cibo, come gli uccelli del cielo, un nido per una notte. Dove non ti viene chiesto come contropartita un ricambio, non ti viene domandato se rimarrai e fino a quando rimarrai e a quale titolo, dietro quale contropartita. Potrebbe essere questa, in una stagione dove tutto si vende e si paga, per le donne e gli uomini del nostro tempo una opportunità favorevole, quasi un albero, l'albero di Zaccheo, da cui avvistare il regno di Dio.

Ricordo il volto di una ragazza della mia parrocchia. Molti anni fa mi diceva: "È dai tempi di don Giancarlo che non metto più piede in parrocchia. Forse vuole sapere perché sono qui oggi? Perchè ho ritrovato un suo scritto, là dove lei parla di un albero, quello del vangelo, che dà ospitalità agli uccelli del cielo, senza chiedere da quale cielo vengano, senza pretendere tessere di riconoscimento, senza trattenere. Ho sempre avuto paura di essere sequestrata".
Nella città, forse più che altrove, avverti questo venire e questo andare che può anche lasciare un certo disagio in noi che, poco o tanto, vorremmo trattenere, definire, contare, misurare i passi dello Spirito. Anche i Magi scompaiono dietro le ultime case di Betlemme, anche i pastori dietro le dune del deserto, occasioni mancate per una certa categoria di inquisitori dello spirito che non conoscono il volto e la bellezza della gratuità.

Gratitudine

Gratuità richiama gratitudine, perché richiama dono.
Anche la parola dono, nella sua accezione più pura, sembra evocare esperienza che sorprende, che narra un "inatteso", narra qualcosa che non era nei confini previsti del dovuto, non ti era dovuto, non era una necessità.

Pensate la provocazione se mettete la prospettiva del dono a confronto con una stagione che celebra il consumo, dentro la cultura delle cose impoverite a "prodotto", consumi e getti. Dentro una spenta voracità, cioè dentro un mangiare defraudato di ogni ulteriorità, un mangiare e basta, per questo un mangiare spento.

Gesù - e il memoriale della sua Cena ce lo ricorda - vede oltre: "prese il pane, e rese grazie, lo spezzò": Dentro il banchetto, ogni suo banchetto, fosse anche quello per i cinquemila, intravedi quasi una ritualità, il riconoscimento del dono, riconoscimento che diventa riconoscenza, cioè un riconoscere, non un mangiare da ciechi, ma da vedenti. Vedenti che cosa? Vedenti il dono. Vivere dunque la vita non da ciechi ma da vedenti, cioè vedendo il dono.

Vivere da vedenti, riconoscendo il dono che abita le cose significa contrastare alla radice la civiltà o l'inciviltà, perdonate, dei consumi. Il prodotto si consuma e lo getti. Il dono ha dell'inconsumabile: "Fate questo in memoria". In memoria, nel pane c'è una memoria, una memoria che arde, come brace silenziosa, parla del dono. Il dono non lo getti. Custodisce per te un volto, che lo rende inconsumabile. Arde un volto. Il volto non si consuma.

Si tratta, voi mi capite, di ritornare a incantarsi per l'oltre, per il volto che abita le cose e le fa dono.

Ma l'incantamento, voi me lo insegnate, viene da un indugio, da una capacità di sostare. Indugiare alla soglia delle cose. La fretta è nemica, radicalmente nemica, dell'incantamento. La fretta che ci consuma è parente stretta della voracità. La fretta ci fa predatori. L'incantamento ha bisogno di sosta, di tempo, del tempo della contemplazione, ha bisogno, perdonate la parola, di lentezza.

Tutti di corsa, mi è capitato di scrivere un giorno sul nostro foglio, tutti di corsa. Tutti in grugniti. E pure i bambini a volte stanchi di quello che hanno. A pretesa d'altro. Anche loro programmati. Gli occhi sono in avanti. Quasi le case e le cose fossero vuote, disabitate. Se non fosse per il timore di essere recensito tra i lodatori del tempo passato, mi verrebbe spontaneo riandare nella memoria alla gioia dei bambini che un tempo si divertivano inventando giochi sublimi con la povertà del nulla.

Non sarà, me lo chiedo, che gli occhi si sono fatti opachi, opachi per cataratta dello spirito, e di conseguenza incapaci di sorprendere i colori, la bellezza, il mistero che abita le cose? Non c'è più il tempo dell'incantamento, c'è il tempo del consumo.

Ai tempi di Gesù tutti vedevano gli uccelli del cielo. Lui si incantava. Vedeva il Padre che li nutriva. Ai tempi di Gesù tutti vedevano i gigli del campo. Lui si incantava. Vedeva il Padre che li vestiva. Li vestiva di un fascino che Salomone neppure in sogno si immaginava.

Se il nostro frequentar chiese non ci lasciasse nell'anima questa capacità di incantarci a che varrebbe frequentarle? Se gli occhi rimanessero spenti, vitrei, sequestrati nell'opacità delle cose? Buon esercizio sarebbe frequentare chiese per tenere custodita la capacità di incantarsi. E resistere alla corsa, la corsa che nega l'incantamento, il riconoscimento del dono.

Vi dicevo che il dono custodisce un volto, al dono hai legato un volto, il volto dell'altro. E quindi, a ben vedere, il vero dono non è la cosa, ma l'altro, il vero dono della nostra vita sono le persone. L'aver dimenticato questo per una sorta di ubriacatura del manufatto, della cosa in sé, ci ha portato a inseguire la grandezza della cosa da donare: dobbiamo stupire con le cose. Più grandi sono, più grande ci sembra essere il dono. Copriamo i bambini di doni per coprire le nostre assenze. Il dono al contrario, nel suo significato più vero ci ricorda l'altro. Paradossalmente meno vistoso è il dono più ci lascia vedere, intravedere il volto; più vistoso è il dono più forte è il rischio che sia in ombra il volto, in ombra l'emozione di essere stati pensati. Da qualcuno.

Essere pensati è il vero dono, è ciò che ci fa rinascere. Tu mi hai pensato, io ci sono, ci sono per te. Non essere pensati da nessuno sarebbe come non vivere. Per questo nel dono ci sentiamo pensati, "concepiti", in qualche modo usciamo alla luce. Se poi il dono è da Dio - pensiamo a Gesù, il vero dono di Dio cancellato a Natale dalla vistosità degli altri doni - se il dono è da Dio, pensate l'emozione! Gratitudine per essere pensati da Dio o da una delle sue creature.

don Angelo

 
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